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	<title>2S</title>
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		<title>2S</title>
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		<title>Tutti i peccati della Controriforma</title>
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&lt;p&gt;Tutti i peccati della Controriforma&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
di Massimo Firpo&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt; in &#8220;Il Sole 24 Ore&#8221; del 5 maggio 2013&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Secondo una vulgata storiografica ormai sedimentatasi nei manuali scolastici, dopo la conclusione del Concilio di Trento (1563) la Chiesa fu finalmente in grado di avviare un tenace processo di riforma, sia pur lento e difficile, ma alla fin fine vittorioso. Una riforma fondata sulla residenza dei vescovi nelle loro diocesi per combattere i molti e gravi abusi che inficiavano la cura d'anime, a (...)&lt;/p&gt;


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&lt;a href="http://duesicilie.org/spip.php?rubrique3" rel="directory"&gt;Storia&lt;/a&gt;


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 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;div align=justify&gt;&lt;h3 class=&quot;spip&quot;&gt;Tutti i peccati della Controriforma&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;di Massimo Firpo&lt;br&gt;&lt;i&gt;in &#8220;Il Sole 24 Ore&#8221; del 5 maggio 2013&lt;/i&gt;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Secondo una vulgata storiografica ormai sedimentatasi nei manuali scolastici, dopo la conclusione del Concilio di Trento (1563) la Chiesa fu finalmente in grado di avviare un tenace processo di riforma, sia pur lento e difficile, ma alla fin fine vittorioso. Una riforma fondata sulla residenza dei vescovi nelle loro diocesi per combattere i molti e gravi abusi che inficiavano la cura d'anime, a cominciare da un clero inadeguato ai suoi compiti, del tutto ignorante di cose religiose e a malapena capace di celebrare i riti sacri pur senza intenderne il senso, spesso concubinario, assenteista, simoniaco e non di rado violento, dissoluto, bestemmiatore. Di qui l'impegno dei vescovi per promuovere la formazione dei preti con l'istituzione dei seminari, la rigorosa tutela del decoro di spazi e arredi sacri, la lotta contro la diffusissime pratiche magiche e superstiziose, la vigilanza sui doveri sacramentali dei fedeli e sulla disciplina di monasteri e conventi, il sostegno allo sforzo educativo e assistenziale dei nuovi ordini religiosi, mentre si irrobustivano parallelamente anche le istituzioni repressive (l'Inquisizione) e censorie (l'Indice dei libri proibiti) delle devianze dottrinali. Un processo di radicamento territoriale, di controllo sociale, di imposizione dell'obbedienza, di uniformazione normativa che avrebbe interessato negli stessi decenni anche le nuove Chiese protestanti e le autorit&#224; statali, il cui rafforzamento istituzionale comportava un analogo impegno nel Governo dei sudditi attraverso un comune processo di disciplinamento.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Dopo aver letto questo denso libro, tuttavia, c'&#232; da dubitare seriamente di tale tesi, della quale non &#232; peraltro difficile percepire le inflessioni apologetiche nel presentare la Chiesa all'avanguardia dei processi di modernizzazione (foucaultianamente) anche nelle sue strategie autoritarie. A dire il vero, gi&#224; in precedenza gli studiosi che non si erano basati solo sulle fonti normative (decreti, atti sinodali eccetera), ma avevano gettato lo sguardo nel mare magnum delle visite pastorali, vi avevano trovato la prova di comportamenti di chierici e laici tutt'altro che conformi alle prescrizioni tridentine, abbarbicati ad antiche abitudini e antichi vizi, come se nulla fosse successo tra l'inizio del Cinquecento e i primi del Settecento, quasi che gli ardori di rinnovamento di san Carlo Borromeo e della generazione di vescovi che a lui cerc&#242; di ispirarsi fosse passata sul clero italiano come una leggera brezza, incapace di incidere su una realt&#224; spesso impresentabile ma quasi sempre accettata dai fedeli, preoccupati non tanto del rigore morale dei loro preti (alla fin fine si poteva tollerare che il parroco fosse &#171;uno poco lecentiuso della brachetta&#187;), quanto della possibilit&#224; di usufruire del loro ruolo di mediatori del sacro nel rito della messa e in occasione di nascite e morti.&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Basandosi su un lavoro di ricerca immenso in molteplici fondi archivistici, tanto in Vaticano quanto in numerose diocesi e utilizzando fonti disparate, la corrispondenza delle congregazioni dei Vescovi e regolari e dell'Inquisizione, i fondi dei tribunali d'appello e delle nunziature, le relazioni presentate dai vescovi alla Santa sede e soprattutto gli atti dei processi criminali contro preti responsabili di reati comuni celebrati in tutta Italia da una caotica pluralit&#224; di tribunali (vescovi, nunzi, visitatori apostolici, ordini religiosi, dicasteri romani, Segnatura di giustizia, Sant'Ufficio, giudici civili), Mancino e Romeo tracciano un quadro tanto desolante quanto rigorosamente documentato del clero italiano in et&#224; postridentina. Desolante per la gravit&#224; dei reati (&#171;omicidi, violenze, pratiche sessuali di ogni genere, estorsioni, truffe, usura, falsificazione di atti o di moneta, contrabbando, abusi legati al ministero sacerdotale&#187;), per l'enorme quantit&#224; dei rei (non poche pecore nere, ma circa il 25% del clero secolare, decine di migliaia di preti!), per la continuit&#224; del fenomeno in un arco plurisecolare, ma ancor pi&#249; per l'atteggiamento della curia romana, schierata sempre e soltanto a difesa dell&quot;'onore&quot; del ceto sacerdotale e dell'istituzione ecclesiastica, quand'anche si trattasse di coprire delitti gravissimi, senza esitare a sconfessare i vescovi zelanti che avevano avviato i processi e a rispedire i colpevoli - anche plurirecidivi - ai loro compiti di cura d'anime, dove molti di essi sarebbero tornati a delinquere ancor pi&#249; e ancor peggio, ormai coscienti della loro sostanziale impunit&#224;. Cos&#236; in ogni parte d'Italia, senza sostanziali differenze, da Venezia a Telese, da Pisa a Napoli.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Fu proprio nei decenni che avrebbero dovuto vedere il pi&#249; incisivo slancio riformatore, infatti, che le cause criminali contro membri del clero conobbero un incremento impressionante, nell'intento di sottrarle alla giustizia civile e consegnarle a tribunali a dir poco compiacenti, fino a scavare &#171;un solco sempre pi&#249; profondo fra laici ed ecclesiastici, con conseguenze devastanti per l'evangelizzazione e il radicamento di un nuovo modo di vivere la fede&#187;. Non &#232; necessario sottolineare come proprio in questi antecedenti storici affondi le radici lo scandaloso tentativo di nascondere o depotenziare i molti episodi di pedofilia che di recente in varie parti del mondo hanno visto come protagonisti e rei confessi anche vescovi e cardinali, con comprensibile indignazione dell'opinione pubblica, di fronte alla quale alcuni prelati hanno continuato a rivendicare con protervia un presunto diritto a lavare i panni sporchi in famiglia, evitando l'intervento della magistratura.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&#200; dunque ancora una volta alla storia che occorre rivolgersi per capire, e in particolare all'affossamento di ogni autentico riformismo pastorale imposto dalla curia romana nella lunga stagione della Controriforma, con buona pace di chi si ostina a vedere nei decreti del Tridentino la sorgente di rinnovamento capace di dotare la Chiesa delle vitali energie che nei decenni e secoli seguenti avrebbero nutrito una duratura e pervasiva riforma cattolica. Le cose, in realt&#224;, andarono molto diversamente e i veri sconfitti furono proprio i vescovi zelanti della prima generazione postconciliare, regolarmente emarginati e smentiti (e non di rado redarguiti) dai tribunali d'appello romani e dai nunzi, gli uni e gli altri sensibili non tanto alle ragioni pastorali quanto a quelle politiche della curia, preoccupata anzitutto (per non dire soltanto) della tutela delle immunit&#224; giurisdizionali del clero, pronta a piegarsi di fronte ai potenti in sede locale, disponibile a ogni compromesso che salvasse la faccia ai chierici corrotti. Quanto ai preti delinquenti, ladri o stupratori che fossero, furbeschi sfruttatori della piet&#224; popolare o banditi da strada, poco importava di fronte all'esigenza primaria di tutelare il potere, i diritti, l'autorit&#224; e l'immagine della Chiesa come societas perfecta, per quanto brutalmente contraddetta dalla realt&#224; effettuale delle cose.&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Fu il Concilio, insomma, a essere messo quasi subito in soffitta per salvaguardare anzitutto il centralismo romano e il buon nome del clero, la cui tutela non tard&#242; a imporsi sull'&#171;obiettivo di reprimere i delitti dei suoi rappresentanti&#187;. &#171;Nel giro di pochi anni - concludono gli autori - aspetti qualificanti del processo di riforma conciliare si perdono nel nulla&#187;.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Ne scatur&#236; la lunga durata di un clero i cui comportamenti disordinati e violenti traevano incentivo dalla sua sostanziale esenzione da ogni pur blanda giustizia. Omicidi, pedofili, stupratori, veri e propri criminali di professione (i cosiddetti &quot;chierici selvaggi del Regno di Napoli&quot;, per esempio) poterono cos&#236; continuare a farla franca, o pagando il prezzo di pene lievissime e spesso subito rimesse, in maniera tanto pi&#249; inaccettabile in quanto ben altre - e non di rado severissime - erano le punizioni inflitte ai laici per reati identici o assai pi&#249; lievi. Da questo punto di vista a fine Seicento poco o nulla era cambiato rispetto all'odiosa realt&#224; denunciata da un nunzio papale all'inizio del Cinquecento, vale a dire che quando a delinquere erano un chierico e un laico insieme, succedeva che &#171;il laico fusse appiccato e il chierico andasse a sollazzo per la terra&#187;. Amare vicende di donne violentate costrette a chiedere perdono ai propri stupratori, di bambine condannate a pene umilianti per aver detto la verit&#224; sugli abusi di cui erano state fatte oggetto, sono solo alcune delle molte e talora raccapriccianti storie narrate in queste pagine. Esente da ogni tono scandalistico, il libro ripercorre con pacata lucidit&#224; e saldo rigore critico una tragica storia, gettando lo sguardo in profondit&#224; sulle tenaci resistenze della Chiesa a ogni incisiva riforma religiosa, sempre osteggiata in quanto temibile insidia ai poteri della gerarchia, come si &#232; visto d'altra parte nelle tenaci resistenze che hanno finito con l'affossare le speranze scaturite dal Vaticano II.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Il libro di Michele Mancino e Giovanni Romeo si intitola &#171;&lt;i&gt;Clero criminale. L'onore della Chiesa e i delitti degli ecclesiastici nell'Italia della Controriforma&lt;/i&gt;&#187; (edito da Laterza, pagg. 248, Euro 22.00, disponibile anche in ebook) ed &#232; in uscita questa settimana.. Teatro della ricerca &#232; l'Italia del Cinque-Seicento, alle prese con gli eccessi di varia natura di chierici, preti e frati delinquenti e con le scelte di giudici quasi sempre conniventi e interessati soprattutto a tutelare l'onore del clero e della Chiesa tutta. Il libro, che d&#224; ampio spazio alla vita quotidiana, apre squarci sorprendenti su dimensioni della storia religiosa e civile della penisola pressoch&#233; sconosciute.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;small&gt;Su &lt;a href=&quot;http://www.laterza.it/&quot; class=&#039;spip_url spip_out auto&#039; rel=&#039;nofollow external&#039;&gt;www.laterza.it&lt;/a&gt; e su &lt;a href=&quot;http://www.fedoa.unina.it/&quot; class=&#039;spip_url spip_out auto&#039; rel=&#039;nofollow external&#039;&gt;www.fedoa.unina.it&lt;/a&gt; (Archivio istituzionale della Universit&#224; degli Studi Federico II) un'ampia selezione dei documenti presi in esame. Michele Mancino e Giovanni Romeo insegnano entrambi Storia moderna nell'Universit&#224; di Napoli Federico II.&lt;/small&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt; &lt;p&gt;&lt;span class=&#039;spip_document_352 spip_documents spip_documents_center&#039;&gt;
&lt;img src=&#039;http://duesicilie.org/IMG/jpg/71rhuwuqubl._aa1500_.jpg&#039; width=&#039;500&#039; height=&#039;500&#039; alt=&quot;&quot; style=&#039;&#039; /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
&lt;span class=&#039;spip_document_353 spip_documents spip_documents_center&#039;&gt;
&lt;img src=&#039;http://duesicilie.org/IMG/jpg/81z-i11l35l._aa1500_.jpg&#039; width=&#039;500&#039; height=&#039;500&#039; alt=&quot;&quot; style=&#039;&#039; /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class="hyperlien"&gt;Vedi on line : &lt;a href="http://www.amazon.it/gp/product/8858106741/ref=oh_details_o00_s00_i00?ie=UTF8&amp;psc=1" class="spip_out"&gt;Per acquistare il libro&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
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		<title>Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale</title>
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&lt;p&gt;Manca ancora una riflessione collettiva nazionale sul fascismo e sulle responsabilit&#224; e le colpe italiane. I tedeschi continuano ad essere &#171;una grande risorsa per la tranquillit&#224; della nostra coscienza&#187;, come temeva Vittorio Foa. E c'&#232; chi, come il comune di Affile, innalza addirittura mausolei a un criminale di guerra (il maresciallo Rodolfo Graziani).&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Cattivo tedesco. Barbaro, sanguinario, imbevuto di ideologia razzista e pronto a (...)&lt;/p&gt;


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&lt;a href="http://duesicilie.org/spip.php?rubrique3" rel="directory"&gt;Storia&lt;/a&gt;


		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;Manca ancora una riflessione collettiva nazionale sul fascismo e sulle responsabilit&#224; e le colpe italiane. I tedeschi continuano ad essere &#171;una grande risorsa per la tranquillit&#224; della nostra coscienza&#187;, come temeva Vittorio Foa. E c'&#232; chi, come il comune di Affile, innalza addirittura mausolei a un criminale di guerra (il maresciallo Rodolfo Graziani).&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;h3 class=&quot;spip&quot;&gt;Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi&lt;/h3&gt;&lt;div align=justify&gt;
&lt;span class=&#039;spip_document_351 spip_documents&#039;&gt;
&lt;img src=&#039;http://duesicilie.org/local/cache-vignettes/L376xH232/capitanocorelli-cadc3.jpg&#039; width=&#039;376&#039; height=&#039;232&#039; alt=&quot;&quot; style=&#039;&#039; /&gt;&lt;/span&gt;
&lt;p&gt;Cattivo tedesco. Barbaro, sanguinario, imbevuto di ideologia razzista e pronto a eseguire gli ordini con brutalit&#224;. Al contrario, bravo italiano. Pacifico, empatico, contrario alla guerra, cordiale e generoso anche quando vestiva i panni dell'occupante.&lt;br&gt;&lt;strong&gt;Filippo Focardi&lt;/strong&gt; in &lt;i&gt;Il cattivo tedesco e il bravo italiano&lt;/i&gt;. &lt;i&gt;La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale&lt;/i&gt; &lt;strong&gt;analizza i due stereotipi che hanno segnato la memoria pubblica nazionale&lt;/strong&gt; e consentito il formarsi di una zona d'ombra: non fare i conti con gli aspetti aggressivi e criminali della guerra combattuta dall'Italia monarchico-fascista a fianco del Terzo Reich. &lt;br&gt;A distinguere fra Italia e Germania era stata innanzitutto la propaganda degli Alleati: la responsabilit&#224; della guerra non gravava sul popolo italiano ma su Mussolini e sul regime, che avevano messo il destino del paese nelle mani del sanguinario camerata germanico. Gli italiani non avevano colpe e il vero nemico della nazione era il Tedesco. Gli argomenti furono ripresi e rilanciati dopo l'8 settembre dal re e da Badoglio e da tutte le forze dell'antifascismo, prima impegnati a mobilitare la nazione contro l'&#8216;oppressore tedesco e il traditore fascista', poi a rivendicare per il paese sconfitto una pace non punitiva. La giusta esaltazione dei meriti guadagnati nella guerra di Liberazione ha finito cos&#236; per oscurare le responsabilit&#224; italiane ed &#232; prevalsa un'immagine autoassolutoria che ha addossato sui tedeschi il peso esclusivo dei crimini dell'Asse, non senza l'interessato beneplacito e l'impegno attivo di uomini e istituzioni che avevano sostenuto la tragica avventura del fascismo.&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Ecco un breve estratto del saggio di Focardi.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&quot;[...] Alla base della lunga persistenza in Italia e all'estero di stereotipi e miti sui tedeschi e sugli italiani sta il fatto che essi abbiano corrisposto effettivamente a comportamenti e gradi di responsabilit&#224; molto differenti dei due ex alleati. Esiste cio&#232; alla loro base un forte nucleo di verit&#224;. A fronte della guerra totale di annientamento condotta dalla Wehrmacht e della Shoah, stavano ad esempio l'aiuto prestato dagli italiani agli ebrei in Francia come in Jugoslavia o in Grecia, il soccorso offerto alle popolazioni serbe in Croazia, la mancanza di crimini di massa di tipo genocidiario come quelli pianificati e messi in pratica dai tedeschi, specialmente nei territori orientali non solo contro gli ebrei ma anche contro gli zingari o i prigionieri di guerra sovietici. E tuttavia &lt;strong&gt;gli stereotipi del &#171;bravo italiano&#187; e del &#171;cattivo tedesco &#187; sono serviti egregiamente a mascherare e rimuovere aspetti altrettanto reali della guerra fascista e prima ancora della politica coloniale e antisemita del regime&lt;/strong&gt;: il carattere aggressivo di quella guerra e le responsabilit&#224; del regime nel suo scatenamento; il fatto che molti italiani l'abbiano combattuta &#8211; almeno per un pezzo &#8211; con convinzione ideologica; i gravi crimini commessi nei Balcani o in Russia che si aggiungevano a quelli gi&#224; perpetrati su larga scala in Libia e in Etiopia; la persecuzione antisemita nel 1938 non imposta da Berlino e la collaborazione poi prestata dalla RSI allo sterminio degli ebrei, braccati e consegnati nelle mani dei carnefici hitleriani. Gran parte del carico delle colpe italiane ha finito cos&#236; per essere messo sulle spalle (gi&#224; molto provate) dei tedeschi per poi essere rapidamente rimosso.&lt;br&gt;Come ha osservato &lt;strong&gt;Vittorio Foa&lt;/strong&gt;, una delle figure pi&#249; lucide dell'antifascismo italiano, non si &#232; trattato di &#171;una rimozione in senso psicanalitico&#187;, quanto piuttosto di &#171;&lt;strong&gt;una comoda ma delittuosa cancellazione della storia&lt;/strong&gt;&#187;, poich&#233; quando &#171;&lt;strong&gt;dopo avere ucciso, non si riconosce la vittima, si &#232; ucciso due volte&lt;/strong&gt;&#187;. E la cattiva Germania, a suo giudizio, &#232; servita allo scopo funzionando a meraviglia da comodo alibi per gli italiani. &#171;I tedeschi &#8211; egli ha aggiunto &#8211; sono diventati una grande risorsa per la tranquillit&#224; della nostra coscienza. Ma &#232; necessario ricordare il male della nostra parte se non vogliamo abbandonare al caso il nostro domani&#187;. Queste parole eticamente ispirate risalgono al 1996. Il periodo coincide con l'inizio di una nuova stagione storiografica che &#8211; riprendendo gli studi avviati negli anni settanta da Del Boca, Rochat, Sala e Collotti &#8211; ha cercato di far piena luce sulle &#8216;pagine oscure' del passato nazionale: i massacri nelle colonie; la politica razzista del fascismo contro slavi, africani ed ebrei; le occupazioni militari durante la guerra dell'Asse con le pratiche di guerra ai civili; le deportazioni di massa di uomini donne e bambini; la questione della mancata punizione dei criminali di guerra italiani. &lt;strong&gt;Gli storici hanno ormai sgretolato buona parte dei tasselli che formavano il mito del &#171;bravo italiano&#187;. Ma i risultati della ricerca hanno prodotto solo flebili effetti sull'opinione pubblica, toccata alla superficie&lt;/strong&gt;. Documentari televisivi come lo stesso &lt;a href=&quot;http://duesicilie.org/spip.php?article478&quot; class=&#039;spip_in&#039;&gt;Fascist Legacy&lt;/a&gt; di Ken Kirby o &lt;a href=&quot;http://duesicilie.org/spip.php?article479&quot; class=&#039;spip_in&#039;&gt;La guerra sporca di Mussolini&lt;/a&gt; di Giovanni Donfrancesco sono stati messi in onda quasi esclusivamente sui canali satellitari di storia come History Channel, cui si &#232; aggiunto qualche fugace passaggio sulle reti televisive nazionali. Il successo di vendite di alcuni libri di alta divulgazione &#8211; come i volumi di Angelo Del Boca Italiani brava gente? e di Gianni Oliva &#171;Si ammazza troppo poco&#187; &#8211; indica che un pubblico qualificato di una certa ampiezza ha ormai scoperto questi temi. Tuttavia una consapevolezza diffusa nel paese tuttora manca. Nessuna delle numerose fiction televisive di argomento storico si &#232; arrischiata a toccare il delicato argomento. Ma anche gli stessi manuali di storia per le scuole e le universit&#224; &#8211; salvo eccezioni &#8211; ancora non trattano o non trattano a sufficienza il tema delle responsabilit&#224; italiane nei crimini coloniali o nella guerra di aggressione dell'Asse. Soprattutto, questa dimensione moralmente ingombrante del nostro passato non ha trovato fino adesso alcuno spazio nella ridefinizione delle coordinate della memoria pubblica nazionale, che ha preso avvio all'inizio degli anni novanta dopo il crollo della cosiddetta &#171;prima repubblica&#187;.&lt;br&gt;[&#8230;]&lt;br&gt;Se prendiamo in considerazione le due ricorrenze fondate su avvenimenti della seconda guerra mondiale, capaci peraltro di produrre il maggiore impatto nel dibattito pubblico, ovvero la giornata della Shoah e quella delle foibe, risulta evidente come le nuove commemorazioni, con le loro prassi celebrative predominanti, abbiano avuto l'effetto di confermare e rilanciare l'immagine del &#171;bravo italiano &#187; e del &#171;cattivo tedesco&#187; piuttosto che metterla in dubbio. Gi&#224; di per s&#233; significativa &#232; stata ad esempio la scelta per la giornata della Shoah del 27 gennaio &#8211; in riferimento alla liberazione nel 1944 del campo di sterminio di Auschwitz &#8211; al posto del 16 ottobre, inizialmente proposto con riferimento alla data del rastrellamento del ghetto di Roma nel 1943, rappresentando la prima una data simbolica legata all'azione criminale della Germania nazista e alludendo invece la seconda a un contesto italiano che chiamava in causa anche le responsabilit&#224; dei nostri solerti collaboratori antisemiti. &lt;strong&gt;Ma soprattutto le commemorazioni della giornata della memoria sono state l'occasione non solo per ricordare le vittime italiane della violenza nazista (militari, oppositori politici, ebrei) e approfondire la conoscenza della loro persecuzione, ma anche &#8211; in particolare in molte proposte celebrative promosse dal centrodestra &#8211; per vantare piuttosto le benemerenze umanitarie di tanti italiani prodighi nel soccorso e nel salvataggio degli ebrei&lt;/strong&gt;. A questo scopo sono state esaltate figure davvero encomiabili come il commerciante Giorgio Perlasca, che con coraggio e abnegazione mise in salvo in Ungheria migliaia di ebrei, o altre pi&#249; controverse come il funzionario di polizia Giovanni Palatucci, comunque accomunate dal fatto di aver nutrito allora sentimenti di fedelt&#224; al regime o alle sue istituzioni. Dunque, a un tempo esempi emblematici di &#171;italiani brava gente&#187; di cui andare fieri come nazione ed ennesima dimostrazione della differenza intercorsa fra il fascismo e il nazismo eliminazionista.&lt;br&gt;[&#8230;]&lt;br&gt;&#200; inevitabile che la costruzione istituzionale della memoria punti su un legame assai stretto con la dimensione dell'identit&#224;, in questo caso dell'identit&#224; unitaria del paese. Ma come ha osservato il sociologo Paolo Jedlowski, &#232; altres&#236; i&lt;strong&gt;mportante che venga coltivato un nesso fra la memoria e la giustizia, attraverso il quale la memoria &#8211; quale consapevolezza critica del passato &#8211; si faccia assunzione di responsabilit&#224; ovvero capacit&#224; di rispondere dei nostri atti. Da questo punto di vista, il valore etico pi&#249; alto &#8211; non solo per un individuo ma anche per una nazione &#8211; diventa l'impegno a rendere conto delle proprie colpe, delle violenze e dei crimini commessi.&lt;/strong&gt;&lt;br&gt;&#200; questo percorso di &#171;elaborazione del passato&#187; che, a partire almeno dagli anni sessanta, ha dimostrato di saper affrontare con coraggio e sofferenza la Germania, prima da Bonn e poi da Berlino, anche perch&#233; costretta dal peso gigantesco delle proprie responsabilit&#224; storiche e dalla pressione internazionale che le impediva una rimozione (pur tentata in varie forme negli anni cinquanta e sempre a rischio di essere intrapresa in futuro). &#200; il percorso che resta ancora da imboccare da parte dell'Italia, oggi alle prese con la crisi economica e le minacce portate alla sua coesione nazionale. Sul come affrontare il passato per guardare al futuro da democrazia consapevole vale l'esempio della Germania; bisogna dunque &#171;imitare&#187; i tedeschi provando a fare i conti fino in fondo col fascismo come loro hanno fatto (e continuano a fare) col nazismo.&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Sarebbe auspicabile ad esempio che un'alta carica dello Stato possa compiere un gesto come quello dell'ex presidente tedesco Johannes Rau, che nell'aprile 2002 si rec&#242; insieme al presidente Ciampi alle commemorazioni della strage di Marzabotto Monte Sole. A quando una visita ufficiale italiana a Domenikon o all'isola di Raab in Croazia, sede di un famigerato campo di concentramento per slavi? Ma insieme ai gesti simbolici, e prima ancora di essi, servirebbe una ben maggiore diffusione della conoscenza della nostra storia, a partire dalle scuole. &#200; doveroso che gli studenti conoscano Sant'Anna di Stazzema e Monte Sole, come Auschwitz e le foibe, ma dovrebbero sapere anche che cosa hanno rappresentato Domenikon e Raab, per non dire di Debr&#224; Liban&#242;s in Etiopia. Allo stesso modo pu&#242; avere un valore formativo che venga loro additato l'esempio di un Giorgio Perlasca, ma non dovrebbero essere taciute le colpe di un Rodolfo Graziani o di un Mario Roatta. Anche cos&#236; si costruisce &lt;strong&gt;una memoria europea fondata sull'etica della responsabilit&#224; e aperta alla dimensione globale e multietnica delle societ&#224; in cui viviamo, al di l&#224; di una memoria nazionale finora centrata su se stessa, vittimistica e autocelebrativa.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;float:left;width:100%;max-width:675px;font-family:&#039;Lucida Grande&#039;,&#039;Lucida Sans unicode&#039;,Arial,Helvetica;background: #fff;color:#666;font-size:11px;text-align:left;margin:10px 0 10px 0;border-top:1px solid #ccc;border-bottom:1px solid #ccc;padding:10px 0 0px 0;&quot;&gt;&lt;div style=&quot;float:left;margin-right:15px;margin-bottom:10px;&quot; &gt;&lt;a href=&quot;http://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&amp;Itemid=97&amp;task=schedalibro&amp;isbn=9788858104309&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img style=&#039;border:1px solid #666;&#039; src=&quot;http://duesicilie.org/local/cache-vignettes/L104xH156/978885810430391c-45489.jpg&quot; alt=&quot;Il cattivo tedesco e il bravo italiano&quot; width=&#039;104&#039; height=&#039;156&#039; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;float:left;width:70%;text-align:left;&quot;&gt;&lt;div style=&quot;color:#000;font-weight:bold;&quot;&gt;Filippo Focardi&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;a style=&quot;font-size:12px;font-weight:bold;text-align:left;color:#af251c;&quot; href=&quot;http://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&amp;Itemid=97&amp;task=schedalibro&amp;isbn=9788858104309&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Il cattivo tedesco e il bravo italiano&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align:left;font-style:italic;&quot;&gt;La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align:left;margin-top:10px;&quot;&gt; - disponibile anche in &lt;a href=&quot;http://www.laterza.it/schedalibro.asp?isbn=9788858106952&quot;&gt;ebook&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;margin-top:10px;&quot;&gt;&lt;table style=&quot;border:none;margin:0;padding:0;&quot;&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style=&quot;vertical-align:top;text-align:right;&quot;&gt;Edizione:&lt;/td&gt;&lt;td style=&quot;vertical-align:top;&quot;&gt;2013&lt;sup&gt;&lt;/sup&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style=&quot;vertical-align:top;text-align:right;&quot;&gt;Collana:&lt;/td&gt;&lt;td style=&quot;vertical-align:top;&quot;&gt;Storia e Societ&#224;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style=&quot;vertical-align:top;text-align:right;&quot;&gt;ISBN:&lt;/td&gt;&lt;td style=&quot;vertical-align:top;&quot;&gt;9788858104309&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style=&quot;vertical-align:top;text-align:right;&quot;&gt;pp:&lt;/td&gt;&lt;td style=&quot;vertical-align:top;&quot;&gt;308&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style=&quot;vertical-align:top;text-align:right;&quot;&gt;Prezzo:&lt;/td&gt;&lt;td style=&quot;vertical-align:top;&quot;&gt;24,00 Euro&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/table&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;clear:both;&quot;&gt; &lt;/div&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>La guerra sporca di Mussolini</title>
		<link>http://duesicilie.org/spip.php?article479</link>
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		<dc:date>2013-02-09T09:34:13Z</dc:date>
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		<description>
&lt;p&gt;Documentario sui crimini di guerra italiani durante l'occupazione della Grecia (1940-1943), con focus sulla strage di Domenikon, in Tessaglia, e riferimenti ad altri crimini compiuti dal Regio esercito in Jugoslavia e Africa.&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Regia di Giovanni Donfrancesco. Consulenza storica di Lidia Santarelli.&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Con la partecipazione di Stathis Psomiadis (nipote di uno dei trucidati di Domenikon) e alcuni superstiti del massacro, e interventi di storici come Filippo Focardi, Lutz Klinkhammer e altri, (...)&lt;/p&gt;


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&lt;a href="http://duesicilie.org/spip.php?rubrique3" rel="directory"&gt;Storia&lt;/a&gt;


		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Documentario sui crimini di guerra italiani durante l'occupazione della Grecia (1940-1943), con focus sulla strage di Domenikon, in Tessaglia, e riferimenti ad altri crimini compiuti dal Regio esercito in Jugoslavia e Africa.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Regia di Giovanni Donfrancesco. Consulenza storica di Lidia Santarelli.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Con la partecipazione di Stathis Psomiadis (nipote di uno dei trucidati di Domenikon) e alcuni superstiti del massacro, e interventi di storici come Filippo Focardi, Lutz Klinkhammer e altri, oltrech&#233; del sostituto procuratore militare Sergio Dini.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Una coproduzione GA&amp;A Productions e ERT,&lt;br&gt;in associazione con Fox Channels Italy, RTI e Histoire&lt;br&gt;e in collaborazione con la Radiotelevisione della Svizzera Italiana.&lt;/p&gt;
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	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Fascist Legacy - Un'eredit&#224; scomoda</title>
		<link>http://duesicilie.org/spip.php?article478</link>
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		<dc:date>2013-02-09T09:23:27Z</dc:date>
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		<description>
&lt;p&gt;Fascist Legacy (&quot;L'eredit&#224; del fascismo&quot;) &#232; un documentario della BBC sui crimini di guerra commessi dagli italiani durante la Seconda Guerra Mondiale. La RAI acquist&#242; una copia del programma, che per&#242; non fu mai mostrato al pubblico. La7 ne ha trasmesso ampi stralci nel 2004. Il documentario, diretto da Ken Kirby, ricostruisce le terribili vicende che accaddero nel corso della guerra di conquista coloniale in Etiopia &#8211; e negli anni successivi &#8211; e delle ancora pi&#249; terribili vicende durante (...)&lt;/p&gt;


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&lt;a href="http://duesicilie.org/spip.php?rubrique3" rel="directory"&gt;Storia&lt;/a&gt;


		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Fascist Legacy (&quot;L'eredit&#224; del fascismo&quot;) &#232; un documentario della BBC sui crimini di guerra commessi dagli italiani durante la Seconda Guerra Mondiale. La RAI acquist&#242; una copia del programma, che per&#242; non fu mai mostrato al pubblico. La7 ne ha trasmesso ampi stralci nel 2004. Il documentario, diretto da Ken Kirby, ricostruisce le terribili vicende che accaddero nel corso della guerra di conquista coloniale in Etiopia &#8211; e negli anni successivi &#8211; e delle ancora pi&#249; terribili vicende durante l'occupazione nazifascista della Jugoslavia tra gli anni 1941 e 1943. Particolarmente crudele la repressione delle milizie fasciste italiane nella guerriglia antipartigiana in Montenegro ed in altre regioni dei Balcani. Tali azioni vengono mostrate con ottima, ed esclusiva, documentazione filmata di repertorio e con testimonianze registrate sui luoghi storici nella I puntata del film. Il documentario mostra anche i crimini fascisti in Libia e in Etiopia. Nella II puntata il documentario cerca di spiegare le ragioni per le quali i responsabili militari e politici fascisti -colpevoli dei crimini- non sono stati condannati ai sensi del codice del Tribunale Militare Internazionale di Norimberga, per crimini di guerra e crimini contro l'umanit&#224;. Conduttore del film &#232; lo storico americano Michael Palumbo, autore del libro &#8220;L'olocausto rimosso&#8221;, edito -in Italia- da Rizzoli. Nel film vengono intervistati -fra gli altri- gli storici italiani Angelo Del Boca, Giorgio Rochat, Claudio Pavone e lo storico inglese David Ellwood.&lt;/p&gt;
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&lt;p&gt;&lt;br&gt;&lt;/p&gt;
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&lt;p&gt;&lt;br&gt;&lt;/p&gt;
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&lt;p&gt;&lt;br&gt;&lt;/p&gt;
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&lt;p&gt;&lt;br&gt;&lt;/p&gt;
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		&lt;div class="hyperlien"&gt;Vedi on line : &lt;a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/fascist-legacy-uneredita-scomoda/" class="spip_out"&gt;Link all'articolo originale&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Matrimoni tra gay, la sessuofobia piemontese e la tolleranza di quei &#8220;retrivi&#8221; del sud</title>
		<link>http://duesicilie.org/spip.php?article476</link>
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		<dc:date>2013-02-07T00:24:47Z</dc:date>
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		<dc:language>it</dc:language>
		



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&lt;p&gt;Matrimoni tra gay, la sessuofobia piemontese e la tolleranza di quei &#8220;retrivi&#8221; del sud&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
di Gigi Di Fiore - Da Il Mattino 4 febbraio 2013&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Proteste o non proteste in piazza, il Parlamento francese va avanti con la legge sul matrimonio tra gay. Tuona il cardinale Bagnasco, mentre in Italia la campagna elettorale si riempie di detto e non detto sui diritti degli omosessuali. Per qualche votuncolo in pi&#249;!. Niente di nuovo, nel nostro Paese: &#232; il nostro vecchio conflitto tra cultura laica e cultura (...)&lt;/p&gt;


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&lt;a href="http://duesicilie.org/spip.php?rubrique3" rel="directory"&gt;Storia&lt;/a&gt;


		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;div align=justify&gt;&lt;h3 class=&quot;spip&quot;&gt;Matrimoni tra gay, la sessuofobia piemontese e la tolleranza di quei &#8220;retrivi&#8221; del sud&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;di &lt;strong&gt;Gigi Di Fiore&lt;/strong&gt; - Da&lt;i&gt; Il Mattino&lt;/i&gt; 4 febbraio 2013&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Proteste o non proteste in piazza, il Parlamento francese va avanti con la legge sul matrimonio tra gay. Tuona il cardinale Bagnasco, mentre in Italia la campagna elettorale si riempie di detto e non detto sui diritti degli omosessuali. Per qualche votuncolo in pi&#249;!. Niente di nuovo, nel nostro Paese: &#232; il nostro vecchio conflitto tra cultura laica e cultura cattolica. L'abbiamo nel Dna.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Ah, la Chiesa e il Papa, ah quei retrivi Borbone con le loro chiusure mentali, che hanno marchiato il modo di pensare italiano! Ah, invece, quella benedetta cultura laica che fu di Cavour, Torino, il regno di Sardegna, i Savoia! Ma fu davvero cos&#236;? O invece siamo di fronte ad un altro falso storico, per prevenzioni da non conoscenza? Per rispondere, basta un po' di curiosit&#224;, leggere cosa c'era scritto nei diversi codici penali preunitari. Uno sguardo al nord e uno al sud.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Regno di Sardegna, anno 1839, sul trono c'&#232; l'amletico cattolico Carlo Alberto. Articolo 439 del codice penale - ci crederete? - prevedeva la punizione degli &#8220;atti di libidine contro natura&#8221;. E non solo in caso di stupro, ma &#8220;anche senza violenza e fra adulti consenzienti&#8221;. Dagli ai rapporti omosessuali! Anno 1859, sul trono c'&#232; Vittorio Emanuele II con il suo laico primo ministro Cavour. L'articolo 439 viene ripreso nel nuovo codice dall'articolo 425.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;E in quel retrivo regno delle Due Sicilie? Se tanto mi d&#224; tanto, a Napoli e dintorni sicuramente i rapporti omosessuali dovevano essere puniti con la fucilazione. E invece no, il codice approvato nel 1819, regno di Ferdinando I, non prevede nulla sugli &#8220;atti contro natura&#8221;. Vengono puniti solo gli stupri, senza fare differenze tra etero o omo sessuali. Sembra tolleranza, o no?&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Ma, poich&#233; l'unit&#224; d'Italia fu perfezionata dalle armi dell'esercito piemontese e usi, leggi e codici furono semplicemente travasati da quel regno a quello italiano, anche la sessuofobia verso gli omosessuali fu regalata dal codice penale di Torino. Dal 1860, il famigerato articolo 439 fu norma italiana. Per fortuna, su quell'assurda eredit&#224; rimedi&#242; nel 1889 il codice Zanardelli.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Fu pura forma quell'articolo 439? Magari!. Gli omosessuali invece se la vedettero brutta. Il caso di Luigi De Barbieri e Antonio Marchese fu il pi&#249; noto. Era il 1883, dalla parete di una stanza d'albergo un tizio origli&#242; discorsi e altro tra quei due uomini. Subito, li denunci&#242; per &#8220;atti di libidine contro natura&#8221;. De Barbieri si difese: eravamo in una stanza privata, nessuno pu&#242; provare che tra noi fu compiuto realmente &#8220;atto contro natura&#8221;. La Cassazione di Torino (allora di Corti supreme ce ne erano in pi&#249; citt&#224; italiane) respinse il ricorso difensivo. Pubblico o privato &#232; lo stesso, una persona ud&#236;, avvert&#236; la cameriera e il delegato di polizia per fermare lo scandalo e bloccare l'offesa alla &#8220;pubblica morale&#8221;, scrissero i giudici. Ah, quell'articolo 425! Ma la sessuofobia italica non era eredit&#224; del retrivo sud? Valla a capire la storia che va contro le storielle.&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
&lt;small&gt;&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
&lt;strong&gt;Aggiornamenti:&lt;/strong&gt;&lt;br&gt;Ci hanno segnalato alcuni lettori (in particolare Roberto Schena, dal quale riprendiami i brani riportati di seguito) che il reato fu abolito dal regno di Napoli dopo che l'aveva fatto il governo napoleonico, mentre Torino lo ripristin&#242;. Con l'unit&#224; d'italia il reato non fu esteso all'ex regno duosiciliano, fu poi abolito nel 1886 dal codice Zanardelli insieme alla pena di morte, era uno dei codici civili pi&#249; avanzati del mondo. &lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Governo e parlamento torinesi riconobbero che negli stati occupati potevano esservi leggi pi&#249; avanzate in qualche settore, per cui almeno quelle vennero mantenute e non abolite tout court, in attesa del nuovo codice. In particolare ritennero molto avanzato il codice toscano del 1853 che tra l'altro aveva gi&#224; abolito la pena di morte, e infatti nel 1886 il nuovo codice Zanardelli vi &#232; largamente ispirato. Nella fase di transizione, la pena di morte non fu applicata giusto nella sola Toscana. Il codice toscano abol&#236; il reato di omosessualit&#224; solo nel 1853 e solo per i civili, lo conferm&#242; nel codice militare. Lo stato della chiesa lo conserv&#242; fino alla fine e prevedeva l'ergastolo! questo per la verit&#224; storica. Se Napoli non avesse abolito TOTALMENTE il reato gi&#224; dal 1819 (insieme ai piccoli ducati di Parma e Modena) ci sarebbe da chiedersi quale sarebbe stato il destino delle leggi omofobe con l'unit&#224; d'Italia. Molto probabilmente avrebbe seguito quello delle altre nazioni europee, che l'hanno abolito fra gli anni 70/80... del Novecento! Incredibilmente, dopo la sconfitta nazista, nelle due Germanie gli unici rinchiusi nei lager che continuarono la pena in carcere, furono proprio gli omosessuali. La Germania est peraltro abol&#236; il reato molto presto, all'inizio degli anni 50, se non vado errato, all'ovest solo alla fine degli anni 70. L'Italia era l'unico paese ad averlo abolito da gi&#224; un secolo penso proprio grazie a Napoli, che non lo riconferm&#242; dopo la parentesi napoleonica.&lt;/small&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class="hyperlien"&gt;Vedi on line : &lt;a href="http://www.ilmattino.it/blog/gigi_di_fiore/matrimoni_tra_gay_la_sessuofobia_piemontese_e_la_tolleranza_di_quei_ldquoretrivirdquo_del_sud/0-46-1790.shtml" class="spip_out"&gt;Link all'articolo originale&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Scandalo Maddalene mea culpa di Dublino sulle ragazze schiave</title>
		<link>http://duesicilie.org/spip.php?article475</link>
		<guid isPermaLink="true">http://duesicilie.org/spip.php?article475</guid>
		<dc:date>2013-02-06T15:59:28Z</dc:date>
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		<dc:language>it</dc:language>
		



		<description>
&lt;p&gt;Scandalo Maddalene mea culpa di Dublino sulle ragazze schiave&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
di Enrico Franceschini&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
&#8220;La Repubblica&#8221; del 6 febbraio 2013&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt; Forse le &#8220;sorelle di Maddalena&#8221; avranno pianto, un pianto liberatorio, ascoltando le sue parole. Perlomeno quelle che sono ancora vive, che non sono impazzite, che chiedono giustizia. Enda Kenny, primo ministro irlandese, ha presentato ieri le sue scuse formali, a nome del governo e delle stato, alle &#8220;Magdalene sisters&#8221;, come sono soprannominate le migliaia di donne (...)&lt;/p&gt;


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&lt;a href="http://duesicilie.org/spip.php?rubrique9" rel="directory"&gt;Europa&lt;/a&gt;


		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;h3 class=&quot;spip&quot;&gt;Scandalo Maddalene mea culpa di Dublino sulle ragazze schiave&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;di Enrico Franceschini&lt;/strong&gt;&lt;br&gt;&#8220;&lt;i&gt;La Repubblica&lt;/i&gt;&#8221; del 6 febbraio 2013&lt;/p&gt;
&lt;div align=justify&gt;
Forse le &#8220;sorelle di Maddalena&#8221; avranno pianto, un pianto liberatorio, ascoltando le sue parole. Perlomeno quelle che sono ancora vive, che non sono impazzite, che chiedono giustizia. Enda Kenny, primo ministro irlandese, ha presentato ieri le sue scuse formali, a nome del governo e delle stato, alle &#8220;Magdalene sisters&#8221;, come sono soprannominate le migliaia di donne rinchiuse in case di &#8220;rieducazione&#8221; della chiesa cattolica in Irlanda tra gli anni Venti e la met&#224; degli anni Novanta, costrette a lavorare anche dieci ore al giorno senza ricevere un soldo, praticamente prigioniere, detenute pur senza avere alcuna colpa. Erano considerate ragazze &#8220;perdute&#8221;, in realt&#224; erano spesso soltanto orfane o vittime di abusi familiari o di violenze sessuali, che invece di essere aiutate e difese venivano escluse dalla societ&#224;, nascoste come se fossero portatrici di una infamante lettera scarlatta, sfruttate e di nuovo abusate. Ma per ora il governo non ha offerto altre riparazioni o indennizzi, e il pianto delle ex-lavandaie potrebbe anche essere di rabbia.
&lt;p&gt;L'ultima delle &#8220;Magdalene laundries&#8221;, le lavanderie di Maddalena, com'erano chiamate dal nome di uno degli ordini religiosi che le gestiva, ha chiuso nel 1996. Un film del 2002 (&#8220;Magdalene sisters&#8221;) ha svelato al mondo cosa succedeva in quei luoghi. Ma sono dovuti passare quindici anni affinch&#233; nel 2011 la Commissione delle Nazioni Unite contro la Tortura denunciasse questo crimine della Chiesa cattolica, commesso nel pi&#249; cattolico paese d'Europa, con la connivenza delle autorit&#224;. E ne sono trascorsi altri due affinch&#233; l'inchiesta ordinata dall'Onu all'Irlanda fosse conclusa. Presieduta dal senatore John Macaalese, l'indagine ha prodotto un rapporto di mille pagine che &#232; stato consegnato ieri al governo. Il premier Kenny ha risposto con un'immediata dichiarazione di scuse alle sopravvissute e ai familiari delle vittime. Il Parlamento irlandese discuter&#224; il contenuto della relazione tra due settimane, prendendosi dunque il tempo per leggerlo approfonditamente. Ma intanto qualcosa sul corposo documento gi&#224; trapela.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Il rapporto afferma che circa 10 mila donne (altre stime parlano di 30 mila) passarono per le lavanderie degli ordini di suore, che lavoravano a pieno ritmo, avendo come clienti le forze armate, la polizia e altri apparati dello Stato, che non si sono mai chiesti chi puliva e stirava le loro lenzuola e le loro camicie, e con quale paga (nessuna, come sappiamo adesso). Quelle case di lavoro operavano &#171;in un'Irlanda crudele e inflessibile&#187;, riconosce il primo ministro, pur negando che le prigioniere fossero sottoposte anche ad abusi sessuali. Sempre secondo l'inchiesta, il 10% delle giovani donne furono spedite dalle loro famiglie in quelle che erano in effetti delle prigioni, il 19% sarebbero entrate &#171;di loro volont&#224;&#187; e le altre su indicazione di forze dell'ordine o della chiesa, di fatto condannate senza processo.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&#171;Che pena diabolica abbiamo patito&#187;, ricorda una di esse, Maureen Sullivan, oggi 60enne. &#171;Io ci entrai a 12 anni. Mia madre era rimasta vedova e si era risposata, il mio patrigno abus&#242; di me e come risultato mi spedirono dalle suore. In teoria doveva essere una scuola, ma non mi fecero mai studiare niente, lavoravo giorno e notte gratis e mi hanno fatto tanto male&#187;. Le superstiti chiedono ora un atto riparatorio da parte del governo e una compensazione economica. &#171;Ma soprattutto &#8211; dice la Sullivan &#8211; vogliamo che sia resa nota la verit&#224;&#187;.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>C'E' TUTTA LA STORIA DEL SUD NELLE VICENDE DI TARANTO</title>
		<link>http://duesicilie.org/spip.php?article474</link>
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		<dc:date>2012-11-27T10:12:42Z</dc:date>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Valerio Rizzo</dc:creator>



		<description>&lt;p&gt;I diversi atteggiamenti dello Stato nella gestione delle due emergenze: a Genova si favor&#236; la chiusura delle cokerie mentre a Taranto no.&lt;/p&gt;

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&lt;a href="http://duesicilie.org/spip.php?rubrique5" rel="directory"&gt;Analisi&lt;/a&gt;


		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;Taranto, dunque, non &#232; Genova per la politica italiana e il sud non &#232; il nord. Lo si evince dai fatti, dalle parole, dalle prese di posizione. C'&#232; una storia che nessuno vuole che venga raccontata da Roma in gi&#249; impedendo una reale presa di coscienza della gente ed una reazione di difesa contro chi dai palazzi di potere vorrebbe decidere chi pu&#242; morire e chi no, chi pu&#242; respirare l'aria inquinata e chi no, chi pu&#242; salvarsi e chi no.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://3.bp.blogspot.com/-MXEQJEw9wKY/UFDLwqT9jfI/AAAAAAAAAf8/UzEXzMzM_w0/s1600/ILVA-di-Taranto-chiusa-e-sotto-sequestro-500x301.jpg&quot; imageanchor=&quot;1&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; height=&#039;192&#039; src=&quot;http://duesicilie.org/local/cache-vignettes/L320xH192/ILVA-di-Tara8ff4-f615e.jpg&quot; width=&#039;320&#039; style=&#039;&#039; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
&lt;b&gt;&lt;i&gt;&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;La storia sembra ripetersi senza risparmiarne gli errori. E' la storia del sud, quella che non si trova nei libri di scuola ma nelle ricostruzioni di attenti cronisti. La guerra di unificazione conclusa nel &lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
1862, fu in realt&#224; un'azione di invasione del settentrione; una &#8216;piemontizzazione' selvaggia ed aggressiva della penisola. &#8220;Il sud fu unito a forza, svuotato dei suoi beni e soggiogato per consentire lo sviluppo del nord&#8221;, riporta puntualmente lo scrittore Pino Aprile nel suo libro &#8216;Terroni'. Come dargli torto visto che ai tempi dell'unit&#224; il divario tra le due met&#224; del paese non era ampio come lo &#232; oggi. &#8220;Una parte dell'Italia, in pieno sviluppo, fu condannata a regredire e depredata dall'altra, che con il bottino finanzi&#242; la propria crescita e prese un vantaggio, poi difeso con ogni mezzo, incluse le leggi&#8221;, ancora Pino Aprile, ancora &#8216;Terroni'. Sprazzi di storia che riaccendono l'attenzione sul peccato originale che oggi, anche a Taranto, i meridionali pagano caro. L&#236; ha origine quella colonizzazione che molti anni dopo ebbe seguito anche nelle politiche di industrializzazione. Le discariche e le industrie pi&#249; pericolose, pi&#249; inquinanti, hanno trovato posto in un sud che non ha mai strutturato una classe politica in grado di riequilibrare la sudditanza di partenza (o forse il gap di potere e rappresentativit&#224; era davvero troppo ampio). La necessit&#224; di dare una risposta alle esigenze occupazionali, poi, fu, come &#232; tutt'oggi, il miglior viatico all'affermazione degli interessi ufficialmente definiti &#8216;nazionali'.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Le due &#8216;italie'&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Anche nell'approccio alle problematiche pi&#249; delicate emergono diversit&#224; di trattamento tra le due &#8216;italie'. Quanto sta accadendo in queste settimane a Taranto, infatti, non pu&#242; non essere messo a confronto con quando a Genova la stessa Ilva, sempre l'area a caldo, fu bandita per sempre. Per Taranto c'&#232; l'obbligo della convivenza col mostro dell'acciaio, alla citt&#224; Ligure invece fu &#8216;concessa' la facolt&#224; di ribellarsi senza dover lottare contro tutto e tutti ma, addirittura, scoprendo ogni giorno nuovi alleati, anche nello Stato. E quando si entra nel merito della vicenda genovese, dove protagonista negativo fu sempre il Gruppo Riva, le analogie sono tali da far gridare di rabbia i cittadini di Taranto, di serie B.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Genova: quando la chiusura era cosa buona e giusta&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Era il 2002 quando, precisamente nel quartiere di Cornigliano, furono chiuse per sempre le cokerie. Inquinavano e ad affermarlo fu uno studio epidemiologico che evidenzi&#242; una relazione tra polveri respirabili (diametro inferiore o uguale a 10 micron o PM10) emesse dagli impianti siderurgici e gli effetti sulla salute. Lo studio nel quartiere di Cornigliano prendeva in considerazione le emissioni emesse nel periodo 1988-2001. La mortalit&#224; complessiva negli uomini e nelle donne risult&#242; costantemente superiore ai dati rilevati nel resto della citt&#224; ligure. Nel luglio 2005 fu poi spento anche l'altoforno numero 2 dello stabilimento. Il tutto attraverso un'azione lineare di tutti: dalla magistratura alla politica locale finanche quella nazionale. Ognuno svolgendo il proprio lavoro senza scivolare in quello degli altri: dal ministro dell'ambiente all'ultimo rappresentante istituzionale. Le mappe epidemiologiche furono svolte nella loro interezza con un lavoro certosino che non ebbe difficolt&#224; a pescare in risorse certe. Furono stanziati soldi veri, quelli che per Taranto non sono mai arrivati dagli enti che in realt&#224; sarebbero stati preposti a farlo (i 100 mila euro stanziati dalla Regione lo scorso anno sono serviti appena ad avviarle e per settembre sono previsti i primissimi dati). Il Governo, poi, invece di osteggiare in tutti modi anche il lavoro dei magistrati come nel caso Taranto, si impegn&#242; con l'azienda affinch&#233; la chiusura di tutto ci&#242; che non fosse lavorazione a freddo avvenisse nei tempi e nei modi meno traumatici per l'Ilva e per la citt&#224;. Oggi che in discussione c'&#232; proprio quell'impianto che si trov&#242; a dover sopperire alla rinuncia ligure, l'atteggiamento &#232; invece quello del colonizzatore, proprio come durante e dopo l'annessione del sud al Piemonte nel 1862. E poco o nulla conta che lo stabilimento genovese era ed &#232; pi&#249; piccolo di quello ionico.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&#8220;Oggi non si interrogano pi&#249; sulla compatibilit&#224; con la &lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
salute. A Genova lo fecero &lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
e ci dettero ragione&#8221;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Al riguardo le parole di Federico Valerio, chimico ambientale che nel 2002 fu perito dell'accusa nel procedimento che port&#242; alla chiusura della cokeria di Genova, risuonano sempre pi&#249; nelle menti dei tarantini come un triste presagio. &#8220;In questi giorni la maggiore preoccupazione del Ministro dell'Ambiente, del presidente della Regione, dei sindacati, &#232; quella di impedire la chiusura dell'attivit&#224; produttiva &#8211; afferma Valerio. Pare che nessuno si preoccupi di capire se questa attivit&#224; produttiva &#232; compatibile con il rispetto degli obiettivi di qualit&#224; dell'aria e quindi della salute di chi quell'aria respira. In base all'esperienza genovese, possiamo prevedere quale sia la soluzione per Taranto. La tecnologia delle cokerie di Taranto e di Genova &#232; quella degli anni '50, assolutamente inadeguata a rispettare i limiti di legge e almeno dieci volte pi&#249; inquinante delle moderne cokerie che applicano la migliore tecnologia disponibile. Anche per queste nuove cokeria vale la regola, rispettata in gran parte del mondo e basata sul principio di precauzione, di costruire questi impianti ad almeno due chilometri di distanza da zone abitate e da usi del territorio sensibili, quali produzione agricola, allevamenti animali, allevamenti di molluschi, usi presenti a Taranto e gi&#224; pesantemente penalizzati. Temo di fare una facile profezia: prevarranno gli interessi industriali e il governo dei tecnici trover&#224; qualche accorgimento &#8216;tecnico' (deroga, innalzamento dei limiti) per continuare a produrre, inquinando. E in questo caso l'unica bonifica sensata dovrebbe essere di trasferire tutti i 18.000 abitanti a rischio in una &#8220;New Tamburi&#8221; ad alcuni chilometri di distanza sopravento all'area industriale, ipotesi nient'affatto fantascientifica, visti i tempi: immaginate quanto tutto questo, incider&#224; sulla crescita del PIL. Comunque &#8211; conclude lapidario il chimico ambientale - continuare a produrre acciaio in questo modo non credo che sia una buona scelta per i lavoratori dell'Ilva, giustamente preoccupati di perdere il loro lavoro: la competitivit&#224; mondiale nella produzione dell'acciaio non si vince con impianti obsoleti, prossimi alla rottamazione e poco efficienti, proprio perch&#233; molto inquinanti&#8221;.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Taranto non &#232; Genova, &lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
il sud non &#232; il nord...&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Taranto, dunque, non &#232; Genova per la politica italiana e il sud non &#232; il nord. Lo si evince dai fatti, dalle parole, dalle prese di posizione. C'&#232; una storia che nessuno vuole che venga raccontata da Roma in gi&#249; impedendo una reale presa di coscienza della gente ed una reazione di difesa contro chi dai palazzi di potere vorrebbe decidere chi pu&#242; morire e chi no, chi pu&#242; respirare l'aria inquinata e chi no, chi pu&#242; salvarsi e chi no. C'&#232; il sud nella vicenda Taranto, molto pi&#249; di quanto vorrebbero far credere. I primi a capirlo sembrano essere stati gli stessi operai che, per la prima volta in modo cos&#236; organizzato e partecipato, non si accontentano pi&#249; del pezzo di pane avvelenato sudato in fabbrica. Chiedono prospettive nuove per il territorio, per la citt&#224;, e solidarizzano con chi ha gi&#224; perso il lavoro a Taranto per colpa dei veleni (dai mitilicoltori agli allevatori). Stanno dimostrando che sempre meno operai nell'Ilva sono disposti a prestare il volto reale ai personaggi fantasiosi di Paolo Villaggio al cospetto del &#8216;mega direttore galattico'. In pochi sanno infatti che l'attore ligure lavor&#242; nel centro direzionale di Carignano a inizio anni sessanta. Fu quasi certamente in quella circostanza che, impiegato nella collegata Cosider (anch'essa del gruppo Finsider poi trasformata in Ilva nel 1988), matur&#242; l'ispirazione per i suoi personaggi di maggiore successo. Dipendenti caratterialmente deboli e pronti ad abbassare la testa. In queste settimane, e ancora di pi&#249; nelle prossime, Villaggio troverebbe a Taranto molti meno Ugo Fantozzi e Giandomenico Fracchia di quelli che raccont&#242; sulla base dell'esperienza maturata cinquant'anni fa. E' forse il vento che cambia sostenuto dal sospiro di chi non si arrender&#224; mai.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;Gianluca Coviello&lt;/strong&gt; (TarantoOggi 9 agosto 2012)&lt;br&gt;g.coviello@tarantooggi.it&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class="hyperlien"&gt;Vedi on line : &lt;a href="http://gruppobriganti.blogspot.it/2012/09/ce-tutta-la-storia-del-sud-nelle.html" class="spip_out"&gt;ARTICOLO PUBBLICATO SUL BLOG BRIGANTI&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
		
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		<title>Cosa c'entra il Sud con il tricolore?</title>
		<link>http://duesicilie.org/spip.php?article473</link>
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		<dc:creator>Valerio Rizzo</dc:creator>



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&lt;p&gt;Tra origini francesi, guardia civica milanese, repubbliche cis e transpadane, che c'entra il Sud con il tricolore? Beh, direi poco o niente.&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Quali sono le origini del tricolore italiano? Il tricolore italiano deriva direttamente dal tricolore francese. Quest'ultimo, nato con la rivoluzione, adott&#242; il blu e il rosso (i colori di Parigi) e nel mezzo il bianco (il colore della famiglia reale borbonica). Quando le truppe napoleoniche varcarono le Alpi, il tricolore francese fu &quot;importato&quot; in (...)&lt;/p&gt;


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&lt;a href="http://duesicilie.org/spip.php?rubrique3" rel="directory"&gt;Storia&lt;/a&gt;


		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;Tra origini francesi, guardia civica milanese, repubbliche cis e transpadane, che c'entra il Sud con il tricolore? Beh, direi poco o niente.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;a href=&quot;http://1.bp.blogspot.com/-VL6H6RDN6ps/UKd3NCBvTTI/AAAAAAAAApQ/hXArSQKTC6g/s1600/sud2_672-458_resize.jpg&quot; imageanchor=&quot;1&quot; style=&quot;margin-left:1em; margin-right:1em&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; height=&#039;218&#039; width=&#039;320&#039; src=&quot;http://duesicilie.org/local/cache-vignettes/L320xH218/sud2_672-4581779-36832.jpg&quot; style=&#039;&#039; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;Quali sono le origini del tricolore italiano? Il tricolore italiano deriva direttamente dal tricolore francese. Quest'ultimo, nato con la rivoluzione, adott&#242; il blu e il rosso (i colori di Parigi) e nel mezzo il bianco (il colore della famiglia reale borbonica). Quando le truppe napoleoniche varcarono le Alpi, il tricolore francese fu &quot;importato&quot; in Italia e &quot;riadattato&quot;: il verde sostitu&#236; il blu. Ma perch&#233; il verde? Secondo l'ipotesi pi&#249; accreditata, la scelta ricadde sul colore delle uniformi della Guardia Civica milanese: quindi, al blu parigino, si sostituiva il verde meneghino [sic!]. Altra ipotesi, meno nota, vuole che fosse stata la Massoneria [azz!] a scegliere il verde, poich&#233; era il colore della natura, quindi simboleggiava i diritti naturali dell'uomo.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Con l'istituzione della Repubblica Cispadana (Padana, PaTana), il tricolore verde, bianco e rosso fu adottato come vessillo di questo stato. Successivamente, con la costituzione della Legione Lombarda, e della Repubblica Transpadana (Padana, PaTana), lo stesso Napoleone stabil&#236; che &quot;les coulers nationales&quot; da adottare fossero &quot;le vert, le blanc e le rouge&quot;. Pi&#249; tardi, con la fusione delle repubbliche Cispadana e Transpadana, nella Repubblica Cisalpina, rinominata poi, Italiana, e divenuta, infine, Regno, il bianco, il rosso e il verde rimasero i colori di questo stato, che inglobava gran parte dei territori dell'Italia settentrionale. Con la restaurazione il tricolore fu accantonato, salvo ritornare in auge con i moti del 1820-21. &#200;, per&#242;, con il 1848, che esso viene adottato nuovamente come bandiera di uno stato: manco a dirlo, il Piemonte sabaudo [ari-azz!].&lt;/p&gt; &lt;p&gt;E il Sud? Tra origini francesi, guardia civica milanese, repubbliche cis e transpadane, che c'entra il Sud con il tricolore? Beh, direi poco o niente. Infatti, se con la conquista napoleonica, il tricolore francese era stato modificato con il verde in luogo del blu per il nord Italia, per il Sud continentale, dove era stata instaurata la Repubblica Partenopea, fu pensato un diverso tipo di modifica. Non veniva adottato il verde meneghino, ma si sostituiva il bianco (colore della monarchia borbonica) con il giallo, che accostato al rosso gi&#224; presente sul vessillo, richiamava i colori dello stemma della citt&#224; di Napoli. Caduta l'effimera repubblica, questo tricolore viene abbandonato e non fu rispolverato neanche durante i regni di Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Quindi, come arriv&#242; al Sud il tricolore italiano? Beh, arriv&#242; di &quot;rimbalzo&quot; dal nord, quando ormai si era stabilito che il verde il bianco e il rosso dovessero diventare i colori nazionali italiani. Cos&#236; nel 1848, Ferdinando II, in concomitanza con la breve parentesi costituzionale, aggiunse un bordo rosso e verde alla bandiera del Regno delle Due Sicilie, modifica abolita con la soppressione della Costituzione. Nel 1860, infine, Francesco II, tra gli ultimi tentativi di recuperare il regno, inser&#236; anche una legge sulla bandiera che adottava il tricolore a bande verticali verde, bianca e rossa, con lo stemma del Regno apposto nel mezzo. A ogni modo possiamo concludere che il tricolore arriv&#242; definitivamente con i garibaldini, prima, e con l'esercito, dopo: fu insomma bandiera di conquista militare; voluta, in alcuni casi bramata, dal popolo, ma, poi, odiata e respinta e, infine, imposta con la forza delle armi di italiani contro altri italiani.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;b&gt;GIUSEPPE BARTIROMO&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;FONTI E BIBLIOGRAFIA:&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
AA. VV., Tricolore d'Italia, Roma, Opera Nazionale Orfani di Guerra, 1952. &lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Stefano Ales, Bandiere, stendardi, labari e gagliardetti dei Corpi militari dello Stato, Franco dell'Uomo e Giovanni Cecini, Roma, Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, 2008. &lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Luigi Avellino, Verde Bianco Rosso &#8211; Il nostro Tricolore, Pompei, s.e., 1999. &lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Ugo Bellocchi, Il primo Tricolore &#8211; Reggio Emilia 7 gennaio 1797, Reggio Emilia, Ufficio Relazioni Pubbliche Lombardini Motori S.p.A., 1963. &lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Ugo Bellocchi, Il tricolore. Duecento anni (1797-1997), Modena, Artioli, 1996. &lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Oreste Bovio, Due secoli di Tricolore, Roma, Ufficio storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, 1996. &lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Ito De Rolandis, Origine del Tricolore &#8211; Da Bologna a Torino capitale d'Italia, Torino, Il Punto - Piemonte in Bancarella, 1996. &lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
De Rolandis, Orgoglio Tricolore &#8211; L'avventurosa storia della nascita della Bandiera Italiana, Asti, Editore Lorenzo Fornaca, 2008. &lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Tarquinio Maiorino, Il Tricolore degli italiani. Storia avventurosa della nostra bandiera, Giuseppe Marchetti Tricamo e Andrea Zagami, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2002. &lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Emiliano Pagano, Delle origini della bandiera tricolore italiana. Ricordi storici, Roma, Tipografia agostiniana, 1895. &lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Mauro Stramacci, Origini, storia e significato del Tricolore nel suo bicentenario , Conferenza tenuta il 16 giugno 1997 presso la Scuola Superiore dell'Amministrazione dell'Interno, 1997.Giorgio Vecchio, Il tricolore in Almanacco della Repubblica , Milano, Bruno Mondadori, 2003, pp. 42-55&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class="hyperlien"&gt;Vedi on line : &lt;a href="http://gruppobriganti.blogspot.it/2012/11/il-sud-e-il-tricolore.html" class="spip_out"&gt;DAL BLOG DI BRIGANTI&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Trentadue anni fa il Mezzogiorno sussult&#242;</title>
		<link>http://duesicilie.org/spip.php?article472</link>
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		<dc:creator>Valerio Rizzo</dc:creator>



		<description>
&lt;p&gt;ASCOLTA AUDIO ORIGINALE DEL TERREMOTO&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
23 novembre 1980, ore 19:34: 90 secondi di paura, 6,9 gradi Richter, 679 comuni distrutti, 3.000 morti, 8.848 feriti, 280.000 sfollati! Possono sembrare numeri di una guerra o di un bombardamento, ma non &#232; niente di tutto ci&#242;. A provocare tale immane strage fu il secondo terremoto pi&#249; forte della storia d'Italia dopo quello di Reggio Calabria e Messina che super&#242; i 7 gradi. Siamo in Irpinia e in Basilicata, era una domenica sera, fredda, d'autunno inoltrato (...)&lt;/p&gt;


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&lt;a href="http://duesicilie.org/spip.php?rubrique17" rel="directory"&gt;Due Sicilie&lt;/a&gt;


		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=kX3xwX-aAMI&quot;&gt;&lt;b&gt;ASCOLTA AUDIO ORIGINALE DEL TERREMOTO&lt;/p&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;/blockquote&gt; &lt;p&gt;&lt;/b&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;a href=&quot;http://3.bp.blogspot.com/-ioO4DA1HPBM/UK9y2lRH6JI/AAAAAAAAAsM/l3szQwi5neM/s1600/3928835_6a3cf8fb3d_m.jpeg&quot; imageanchor=&quot;1&quot; style=&quot;margin-left:1em; margin-right:1em&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; height=&#039;239&#039; width=&#039;320&#039; src=&quot;http://duesicilie.org/local/cache-vignettes/L320xH239/3928835_6a3c3699-73d2a.jpg&quot; style=&#039;&#039; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;23 novembre 1980, ore 19:34: 90 secondi di paura, 6,9 gradi Richter, 679 comuni distrutti, 3.000 morti, 8.848 feriti, 280.000 sfollati!&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Possono sembrare numeri di una guerra o di un bombardamento, ma non &#232; niente di tutto ci&#242;.&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
A provocare tale immane strage fu il secondo terremoto pi&#249; forte della storia d'Italia dopo quello di Reggio Calabria e Messina che super&#242; i 7 gradi.&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Siamo in Irpinia e in Basilicata, era una domenica sera, fredda, d'autunno inoltrato di trentadue anni fa; molta gente era in casa, pochi in strada, mentre a Balvano, in provincia di Potenza, la chiesa era gremita per la prima comunione dei bambini.&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
All'improvviso si sent&#236; un boato terribile, interminabile che fece crollare tutto, edifici e speranze, e soprattutto spezz&#242; vite umane.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;La chiesa di Balvano croll&#242;, seppellendo 66 bambini che erano l&#236; per condividere un giorno gioioso.&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Ma anche Sant'Angelo dei Lombardi, Lioni, Torella dei Lombardi, Conza della Campania, Teora, Laviano, Calabritto e Senerchia vennero quasi rase al suolo.&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Crollarono edifici a Potenza, ad Avellino, a Benevento, a Melfi e a Rionero, perfino nel centro storico di Napoli ci furono dei sussulti.&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
La scossa dur&#242; un minuto e mezzo e fu cos&#236; forte che si avvert&#236; in tutto il Centro-Sud, da Reggio Calabria a L'Aquila, facendo oscillare anche i palazzi di Roma.&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Era l'inferno che, partendo dalle viscere della terra, si manifestava agli uomini impotenti di fronte a tale impeto distruttivo.&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Lacrime e disperazione scesero come una nebbia su un'intera popolazione la quale si infitt&#236; nei giorni e nelle settimane successive per l'assenza, ancora una volta, dello Stato che non mand&#242; i soccorsi con tempestivit&#224; e i cittadini furono costretti a scavare a mani nude nelle macerie per salvare chi ancora era in vita.&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Una radio locale di Avellino registr&#242; la &#8220;voce del terremoto&#8221; casualmente, mentre stava componendo un mix di stacchi musicali su nastri da mandare in onda. &lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Una voce da ascoltare con rispetto, quel rispetto che l'uomo deve avere sempre per la Natura.&lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=kX3xwX-aAMI&quot;&gt;&lt;b&gt;ASCOLTA AUDIO ORIGINALE DEL TERREMOTO&lt;/p&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;/blockquote&gt; &lt;p&gt;&lt;/b&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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		<title>Contro il Sud puzza al naso </title>
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&lt;p&gt;LINO PATRUNO&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Contro il Sud puzza al naso&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Sabato 27 Ottobre 2012 da &quot; La Gazzetta del Mezzogiorno &quot;&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Ma i tifosi di Napoli puzzano? Si potrebbe buttarla sul ridere, come puntualmente avvenuto su Facebook: s&#237;, ma perch&#233; si mettono ogni giorno due gocce di &quot;Puzzo di Napoli n&#176; 5&quot;, altro che lo Chanel di Marylin Monroe. C'&#232; chi, come l'attore Gino Rivieccio, ha confessato di puzzare di &quot;napolite&quot; da quando il padre lo port&#242; per la prima volta allo stadio San Paolo di Napoli, appunto, perch&#233; &quot;s'hanna (...)&lt;/p&gt;


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&lt;a href="http://duesicilie.org/spip.php?rubrique10" rel="directory"&gt;Italia&lt;/a&gt;


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 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;div align=justify&gt;
LINO PATRUNO&lt;h3 class=&quot;spip&quot;&gt;Contro il Sud puzza al naso &lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Sabato 27 Ottobre 2012 da &quot; La Gazzetta del Mezzogiorno &quot;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Ma i tifosi di Napoli puzzano? Si potrebbe buttarla sul ridere, come puntualmente avvenuto su Facebook: s&#237;, ma perch&#233; si mettono ogni giorno due gocce di &quot;Puzzo di Napoli n&#176; 5&quot;, altro che lo Chanel di Marylin Monroe. C'&#232; chi, come l'attore Gino Rivieccio, ha confessato di puzzare di &quot;napolite&quot; da quando il padre lo port&#242; per la prima volta allo stadio San Paolo di Napoli, appunto, perch&#233; &quot;&lt;i&gt;s'hanna mpar&#224; 'a piccerille&lt;/i&gt;&quot;, devono imparare da piccoli, s'immagina l'amore per la squadra cittadina. E visto che &#232; coinvolta la patria di Eduardo De Filippo e di Tot&#242;, un'intera enciclopedia di battute si pu&#242; montare su questo caso.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;L'OFFESA AI TIFOSI NAPOLETANI - Fin troppo noto, ormai. In un servizio tv della sede Rai del Piemonte, un'ora dalla partita Juventus-Napoli di sabato scorso, prima si lascia dire al microfono ai tifosi juventini &quot;&lt;i&gt;Vesuvio lavali tu&lt;/i&gt;&quot; (ma a Verona apparve una volta lo striscione &quot;&lt;i&gt;Grazie Vesuvio&lt;/i&gt;&quot; per Pompei). Poi gli stessi tifosi allo stesso compiacente microfono aggiungono che &quot;&lt;i&gt;i napoletani sono ovunque perch&#233; sono un po' come i cinesi&lt;/i&gt;&quot;. Infine &#232; lo stesso giornalista Giampiero Amandola (sembra un Amendola meridionale camuffato) a suggerire ai tifosi: &quot;&lt;i&gt;li distinguete dalla puzza, con grande signorilit&#224;&lt;/i&gt;&quot;, con la risposta: &quot;&lt;i&gt;molto elegantemente, certo&lt;/i&gt;&quot;.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Giornalista sospeso, assicurazione che &#232; stato un equivoco perch&#233; lui ammira Napoli, scuse della Rai per il razzismo, indignazioni postume consuete.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Gli stadi, si sa, spesso sono un immondezzaio. Ma una cosa sono le Curve Sud, una cosa gli antistadi, una cosa soprattutto i giornalisti che fanno i partigiani. Per&#242; l'immondezzaio deve essere un po' pi&#250; esteso se un certo (onorevole) Matteo Salvini, parlamentare europeo della Lega Nord, un giorno si distinse pubblicamente per una sua canzoncina: &quot;&lt;i&gt;Senti che puzza/ fuggono anche i cani/ sono arrivati/ i napoletani&lt;/i&gt;&quot;. Anche lui disse che scherzava. Immaginabile che scherzasse anche il suo capo e ministro di allora, Bossi, quando defin&#237; &quot;&lt;i&gt;tutti porci questi romani&lt;/i&gt;&quot;. O il suo collega di partito, Borghezio, quando disse che il Sud d'Italia andava &quot;&lt;i&gt;derattizzato&lt;/i&gt;&quot; dai suoi abitanti tutti topi. O il Brunetta altro ministro della Repubblica italiana in carica e secondo il quale Napoli e dintorni sono il &quot;&lt;i&gt;cancro&lt;/i&gt;&quot; del Paese.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Neanche a pensarci se i gentili epiteti fossero stati all'incontrario, ipotesi peraltro remota visto il diverso stile sudista. N&#233;, &#232; vero, lo scandalo pu&#242; essere a curve alterne, nel senso che, ad esempio, i soliti vivaci veronesi (quelli di &quot;&lt;i&gt;Padre Pio terrone&lt;/i&gt;&quot;) vanno a Livorno e augurano ai tifosi avversari tanti altri Morosini, il calciatore locale morto in campo: ma la partita non viene interrotta, sia mai, solo una multicina dopo. E solo per dovere di cronaca vale la pena citare Roberto Saviano che ricorda come i sabaudi 150 anni fa scoprirono il bidet a Napoli (guarda guarda) credendo che fosse una chitarra e che Napoli (guarda guarda) fu la prima citt&#224; della futura Italia ad avere l'acqua corrente in casa.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;DELINQUENTI NATI - Ma a Torino, la citt&#224; pi&#250; indebitata d'Italia (guarda guarda) senza che nessuno lo dica mai, a Torino il problema deve essere di inquinamento ambientale. L&#237;, nella culla dell'Italia unita, furoreggia quel Museo Lombroso nel quale sono esposti i crani di presunti briganti come dimostrazione che i meridionali sono &quot;&lt;i&gt;delinquenti nati&lt;/i&gt;&quot;. Museo finanziato dallo Stato (italiano) coi soldi anche dei meridionali. E per il quale passano ogni anno migliaia di ragazzini delle scuole elementari a imparare che i meridionali sono delinquenti nati. Ora una sentenza ha imposto la restituzione al suo paese (Motta Santa Lucia in Calabria) del cranio del principale &quot;&lt;i&gt;delinquente nato&lt;/i&gt;&quot; perch&#233; dopo un secolo e mezzo sia finalmente sepolto. Ma il Museo, ovviamente, si oppone, perch&#233; gli incassi dei biglietti sono affari, chi vuoi che stia a preoccuparsi di questi meridionali brutti, sporchi e cattivi.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Allora, se il brodo di coltura &#232; questo, ma finiamola di prendercela con i tifosi calcistici che spesso sono innocue bestiacce ignoranti. In fondo ripetono ci&#242; che dei meridionali hanno sempre sentito dire, a cominciare dalla scuola. E del resto, i peggiori antimeridionali sono i meridionali intellettuali i quali dicono sempre che se i meridionali reagiscono, rivogliono il Borbone. Mah.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Quando a una parola associ un significato, cambiarlo &#232; quasi impossibile. Napoletano uguale puzza. Allora da puzzolenti trattiamoli sempre, non solo allo stadio. Missione compiuta.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;
		
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