2S
I crimini della chiesa cattolica

Tutti i peccati della Controriforma

di Massimo Firpo in “Il Sole 24 Ore” del 5 maggio 2013
mercoledì 8 maggio 2013

Tutti i peccati della Controriforma

di Massimo Firpo
in “Il Sole 24 Ore” del 5 maggio 2013

Secondo una vulgata storiografica ormai sedimentatasi nei manuali scolastici, dopo la conclusione del Concilio di Trento (1563) la Chiesa fu finalmente in grado di avviare un tenace processo di riforma, sia pur lento e difficile, ma alla fin fine vittorioso. Una riforma fondata sulla residenza dei vescovi nelle loro diocesi per combattere i molti e gravi abusi che inficiavano la cura d’anime, a cominciare da un clero inadeguato ai suoi compiti, del tutto ignorante di cose religiose e a malapena capace di celebrare i riti sacri pur senza intenderne il senso, spesso concubinario, assenteista, simoniaco e non di rado violento, dissoluto, bestemmiatore. Di qui l’impegno dei vescovi per promuovere la formazione dei preti con l’istituzione dei seminari, la rigorosa tutela del decoro di spazi e arredi sacri, la lotta contro la diffusissime pratiche magiche e superstiziose, la vigilanza sui doveri sacramentali dei fedeli e sulla disciplina di monasteri e conventi, il sostegno allo sforzo educativo e assistenziale dei nuovi ordini religiosi, mentre si irrobustivano parallelamente anche le istituzioni repressive (l’Inquisizione) e censorie (l’Indice dei libri proibiti) delle devianze dottrinali. Un processo di radicamento territoriale, di controllo sociale, di imposizione dell’obbedienza, di uniformazione normativa che avrebbe interessato negli stessi decenni anche le nuove Chiese protestanti e le autorità statali, il cui rafforzamento istituzionale comportava un analogo impegno nel Governo dei sudditi attraverso un comune processo di disciplinamento.

Dopo aver letto questo denso libro, tuttavia, c’è da dubitare seriamente di tale tesi, della quale non è peraltro difficile percepire le inflessioni apologetiche nel presentare la Chiesa all’avanguardia dei processi di modernizzazione (foucaultianamente) anche nelle sue strategie autoritarie. A dire il vero, già in precedenza gli studiosi che non si erano basati solo sulle fonti normative (decreti, atti sinodali eccetera), ma avevano gettato lo sguardo nel mare magnum delle visite pastorali, vi avevano trovato la prova di comportamenti di chierici e laici tutt’altro che conformi alle prescrizioni tridentine, abbarbicati ad antiche abitudini e antichi vizi, come se nulla fosse successo tra l’inizio del Cinquecento e i primi del Settecento, quasi che gli ardori di rinnovamento di san Carlo Borromeo e della generazione di vescovi che a lui cercò di ispirarsi fosse passata sul clero italiano come una leggera brezza, incapace di incidere su una realtà spesso impresentabile ma quasi sempre accettata dai fedeli, preoccupati non tanto del rigore morale dei loro preti (alla fin fine si poteva tollerare che il parroco fosse «uno poco lecentiuso della brachetta»), quanto della possibilità di usufruire del loro ruolo di mediatori del sacro nel rito della messa e in occasione di nascite e morti.
Basandosi su un lavoro di ricerca immenso in molteplici fondi archivistici, tanto in Vaticano quanto in numerose diocesi e utilizzando fonti disparate, la corrispondenza delle congregazioni dei Vescovi e regolari e dell’Inquisizione, i fondi dei tribunali d’appello e delle nunziature, le relazioni presentate dai vescovi alla Santa sede e soprattutto gli atti dei processi criminali contro preti responsabili di reati comuni celebrati in tutta Italia da una caotica pluralità di tribunali (vescovi, nunzi, visitatori apostolici, ordini religiosi, dicasteri romani, Segnatura di giustizia, Sant’Ufficio, giudici civili), Mancino e Romeo tracciano un quadro tanto desolante quanto rigorosamente documentato del clero italiano in età postridentina. Desolante per la gravità dei reati («omicidi, violenze, pratiche sessuali di ogni genere, estorsioni, truffe, usura, falsificazione di atti o di moneta, contrabbando, abusi legati al ministero sacerdotale»), per l’enorme quantità dei rei (non poche pecore nere, ma circa il 25% del clero secolare, decine di migliaia di preti!), per la continuità del fenomeno in un arco plurisecolare, ma ancor più per l’atteggiamento della curia romana, schierata sempre e soltanto a difesa dell"’onore" del ceto sacerdotale e dell’istituzione ecclesiastica, quand’anche si trattasse di coprire delitti gravissimi, senza esitare a sconfessare i vescovi zelanti che avevano avviato i processi e a rispedire i colpevoli - anche plurirecidivi - ai loro compiti di cura d’anime, dove molti di essi sarebbero tornati a delinquere ancor più e ancor peggio, ormai coscienti della loro sostanziale impunità. Così in ogni parte d’Italia, senza sostanziali differenze, da Venezia a Telese, da Pisa a Napoli.

Fu proprio nei decenni che avrebbero dovuto vedere il più incisivo slancio riformatore, infatti, che le cause criminali contro membri del clero conobbero un incremento impressionante, nell’intento di sottrarle alla giustizia civile e consegnarle a tribunali a dir poco compiacenti, fino a scavare «un solco sempre più profondo fra laici ed ecclesiastici, con conseguenze devastanti per l’evangelizzazione e il radicamento di un nuovo modo di vivere la fede». Non è necessario sottolineare come proprio in questi antecedenti storici affondi le radici lo scandaloso tentativo di nascondere o depotenziare i molti episodi di pedofilia che di recente in varie parti del mondo hanno visto come protagonisti e rei confessi anche vescovi e cardinali, con comprensibile indignazione dell’opinione pubblica, di fronte alla quale alcuni prelati hanno continuato a rivendicare con protervia un presunto diritto a lavare i panni sporchi in famiglia, evitando l’intervento della magistratura.

È dunque ancora una volta alla storia che occorre rivolgersi per capire, e in particolare all’affossamento di ogni autentico riformismo pastorale imposto dalla curia romana nella lunga stagione della Controriforma, con buona pace di chi si ostina a vedere nei decreti del Tridentino la sorgente di rinnovamento capace di dotare la Chiesa delle vitali energie che nei decenni e secoli seguenti avrebbero nutrito una duratura e pervasiva riforma cattolica. Le cose, in realtà, andarono molto diversamente e i veri sconfitti furono proprio i vescovi zelanti della prima generazione postconciliare, regolarmente emarginati e smentiti (e non di rado redarguiti) dai tribunali d’appello romani e dai nunzi, gli uni e gli altri sensibili non tanto alle ragioni pastorali quanto a quelle politiche della curia, preoccupata anzitutto (per non dire soltanto) della tutela delle immunità giurisdizionali del clero, pronta a piegarsi di fronte ai potenti in sede locale, disponibile a ogni compromesso che salvasse la faccia ai chierici corrotti. Quanto ai preti delinquenti, ladri o stupratori che fossero, furbeschi sfruttatori della pietà popolare o banditi da strada, poco importava di fronte all’esigenza primaria di tutelare il potere, i diritti, l’autorità e l’immagine della Chiesa come societas perfecta, per quanto brutalmente contraddetta dalla realtà effettuale delle cose.
Fu il Concilio, insomma, a essere messo quasi subito in soffitta per salvaguardare anzitutto il centralismo romano e il buon nome del clero, la cui tutela non tardò a imporsi sull’«obiettivo di reprimere i delitti dei suoi rappresentanti». «Nel giro di pochi anni - concludono gli autori - aspetti qualificanti del processo di riforma conciliare si perdono nel nulla».

Ne scaturì la lunga durata di un clero i cui comportamenti disordinati e violenti traevano incentivo dalla sua sostanziale esenzione da ogni pur blanda giustizia. Omicidi, pedofili, stupratori, veri e propri criminali di professione (i cosiddetti "chierici selvaggi del Regno di Napoli", per esempio) poterono così continuare a farla franca, o pagando il prezzo di pene lievissime e spesso subito rimesse, in maniera tanto più inaccettabile in quanto ben altre - e non di rado severissime - erano le punizioni inflitte ai laici per reati identici o assai più lievi. Da questo punto di vista a fine Seicento poco o nulla era cambiato rispetto all’odiosa realtà denunciata da un nunzio papale all’inizio del Cinquecento, vale a dire che quando a delinquere erano un chierico e un laico insieme, succedeva che «il laico fusse appiccato e il chierico andasse a sollazzo per la terra». Amare vicende di donne violentate costrette a chiedere perdono ai propri stupratori, di bambine condannate a pene umilianti per aver detto la verità sugli abusi di cui erano state fatte oggetto, sono solo alcune delle molte e talora raccapriccianti storie narrate in queste pagine. Esente da ogni tono scandalistico, il libro ripercorre con pacata lucidità e saldo rigore critico una tragica storia, gettando lo sguardo in profondità sulle tenaci resistenze della Chiesa a ogni incisiva riforma religiosa, sempre osteggiata in quanto temibile insidia ai poteri della gerarchia, come si è visto d’altra parte nelle tenaci resistenze che hanno finito con l’affossare le speranze scaturite dal Vaticano II.

Il libro di Michele Mancino e Giovanni Romeo si intitola «Clero criminale. L’onore della Chiesa e i delitti degli ecclesiastici nell’Italia della Controriforma» (edito da Laterza, pagg. 248, Euro 22.00, disponibile anche in ebook) ed è in uscita questa settimana.. Teatro della ricerca è l’Italia del Cinque-Seicento, alle prese con gli eccessi di varia natura di chierici, preti e frati delinquenti e con le scelte di giudici quasi sempre conniventi e interessati soprattutto a tutelare l’onore del clero e della Chiesa tutta. Il libro, che dà ampio spazio alla vita quotidiana, apre squarci sorprendenti su dimensioni della storia religiosa e civile della penisola pressoché sconosciute.

Su www.laterza.it e su www.fedoa.unina.it (Archivio istituzionale della Università degli Studi Federico II) un’ampia selezione dei documenti presi in esame. Michele Mancino e Giovanni Romeo insegnano entrambi Storia moderna nell’Università di Napoli Federico II.



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