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Controstorie

Matrimoni tra gay, la sessuofobia piemontese e la tolleranza di quei “retrivi” del sud

di Gigi Di Fiore - Da Il Mattino 4 febbraio 2013
mercoledì 6 febbraio 2013

Matrimoni tra gay, la sessuofobia piemontese e la tolleranza di quei “retrivi” del sud

di Gigi Di Fiore - Da Il Mattino 4 febbraio 2013

Proteste o non proteste in piazza, il Parlamento francese va avanti con la legge sul matrimonio tra gay. Tuona il cardinale Bagnasco, mentre in Italia la campagna elettorale si riempie di detto e non detto sui diritti degli omosessuali. Per qualche votuncolo in più!. Niente di nuovo, nel nostro Paese: è il nostro vecchio conflitto tra cultura laica e cultura cattolica. L’abbiamo nel Dna.

Ah, la Chiesa e il Papa, ah quei retrivi Borbone con le loro chiusure mentali, che hanno marchiato il modo di pensare italiano! Ah, invece, quella benedetta cultura laica che fu di Cavour, Torino, il regno di Sardegna, i Savoia! Ma fu davvero così? O invece siamo di fronte ad un altro falso storico, per prevenzioni da non conoscenza? Per rispondere, basta un po’ di curiosità, leggere cosa c’era scritto nei diversi codici penali preunitari. Uno sguardo al nord e uno al sud.

Regno di Sardegna, anno 1839, sul trono c’è l’amletico cattolico Carlo Alberto. Articolo 439 del codice penale - ci crederete? - prevedeva la punizione degli “atti di libidine contro natura”. E non solo in caso di stupro, ma “anche senza violenza e fra adulti consenzienti”. Dagli ai rapporti omosessuali! Anno 1859, sul trono c’è Vittorio Emanuele II con il suo laico primo ministro Cavour. L’articolo 439 viene ripreso nel nuovo codice dall’articolo 425.

E in quel retrivo regno delle Due Sicilie? Se tanto mi dà tanto, a Napoli e dintorni sicuramente i rapporti omosessuali dovevano essere puniti con la fucilazione. E invece no, il codice approvato nel 1819, regno di Ferdinando I, non prevede nulla sugli “atti contro natura”. Vengono puniti solo gli stupri, senza fare differenze tra etero o omo sessuali. Sembra tolleranza, o no?

Ma, poiché l’unità d’Italia fu perfezionata dalle armi dell’esercito piemontese e usi, leggi e codici furono semplicemente travasati da quel regno a quello italiano, anche la sessuofobia verso gli omosessuali fu regalata dal codice penale di Torino. Dal 1860, il famigerato articolo 439 fu norma italiana. Per fortuna, su quell’assurda eredità rimediò nel 1889 il codice Zanardelli.

Fu pura forma quell’articolo 439? Magari!. Gli omosessuali invece se la vedettero brutta. Il caso di Luigi De Barbieri e Antonio Marchese fu il più noto. Era il 1883, dalla parete di una stanza d’albergo un tizio origliò discorsi e altro tra quei due uomini. Subito, li denunciò per “atti di libidine contro natura”. De Barbieri si difese: eravamo in una stanza privata, nessuno può provare che tra noi fu compiuto realmente “atto contro natura”. La Cassazione di Torino (allora di Corti supreme ce ne erano in più città italiane) respinse il ricorso difensivo. Pubblico o privato è lo stesso, una persona udì, avvertì la cameriera e il delegato di polizia per fermare lo scandalo e bloccare l’offesa alla “pubblica morale”, scrissero i giudici. Ah, quell’articolo 425! Ma la sessuofobia italica non era eredità del retrivo sud? Valla a capire la storia che va contro le storielle.

Aggiornamenti:
Ci hanno segnalato alcuni lettori (in particolare Roberto Schena, dal quale riprendiami i brani riportati di seguito) che il reato fu abolito dal regno di Napoli dopo che l’aveva fatto il governo napoleonico, mentre Torino lo ripristinò. Con l’unità d’italia il reato non fu esteso all’ex regno duosiciliano, fu poi abolito nel 1886 dal codice Zanardelli insieme alla pena di morte, era uno dei codici civili più avanzati del mondo.
Governo e parlamento torinesi riconobbero che negli stati occupati potevano esservi leggi più avanzate in qualche settore, per cui almeno quelle vennero mantenute e non abolite tout court, in attesa del nuovo codice. In particolare ritennero molto avanzato il codice toscano del 1853 che tra l’altro aveva già abolito la pena di morte, e infatti nel 1886 il nuovo codice Zanardelli vi è largamente ispirato. Nella fase di transizione, la pena di morte non fu applicata giusto nella sola Toscana. Il codice toscano abolì il reato di omosessualità solo nel 1853 e solo per i civili, lo confermò nel codice militare. Lo stato della chiesa lo conservò fino alla fine e prevedeva l’ergastolo! questo per la verità storica. Se Napoli non avesse abolito TOTALMENTE il reato già dal 1819 (insieme ai piccoli ducati di Parma e Modena) ci sarebbe da chiedersi quale sarebbe stato il destino delle leggi omofobe con l’unità d’Italia. Molto probabilmente avrebbe seguito quello delle altre nazioni europee, che l’hanno abolito fra gli anni 70/80... del Novecento! Incredibilmente, dopo la sconfitta nazista, nelle due Germanie gli unici rinchiusi nei lager che continuarono la pena in carcere, furono proprio gli omosessuali. La Germania est peraltro abolì il reato molto presto, all’inizio degli anni 50, se non vado errato, all’ovest solo alla fine degli anni 70. L’Italia era l’unico paese ad averlo abolito da già un secolo penso proprio grazie a Napoli, che non lo riconfermò dopo la parentesi napoleonica.


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